25/11/1973 - Omelia Cristo Re ore 6.30 e ore 8.30

Sant'Ilario d'Enza, 25/11/1973
Omelia, Domenica XXXIV Tempo Ordinario Solennità di Cristo Re - Anno B Messa ore 6, 30 e 8, 30

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Dn 7, 13-14; Ap 1, 5-8; Gv 18, 33-37

MESSA ORE 6.30

La festa di Cristo Re è un invito a considerare la nostra dipendenza da Cristo. È dipendenza di fede, ma è ancora dipendenza nel nostro essere, perché lui è Dio; è dipendenza di libera scelta, perché noi lo abbiamo voluto personalmente, abbiamo confermato l’opzione fondamentale del nostro Battesimo. Abbiamo detto di sì al Signore, abbiamo detto che lui è il nostro redentore, abbiamo voluto lui. Ora dobbiamo sentire che sarà ancora il nostro giudice, che sarà colui che dovrà pronunciare un giudizio su tutta la nostra vita, la nostra vita che difendiamo dal giudizio degli altri uomini, la nostra vita che guardiamo forse con eccessiva compiacenza.

La nostra vita davanti a lui: questo pensiero del giudizio è un pensiero che deve essere sempre nel fondo della nostra anima, perché troppo spesso facciamo le cose così come vengono, superficialmente. Se pensassimo che di ogni minuto, ogni minuto di orologio, noi dobbiamo dar conto a Dio, come saremmo più pronti, come saremmo più spirituali, come saremmo più impegnati! Parlo per Iddio. Non ci basta dire: “Lavoro per la mia famiglia”, non ci basta dire: “Mi impegno in qualche cosa di onesto”, la nostra vita non è fatta solo per un degno impegno umano, per una onestà solo degli uomini: per farci così, non sarebbe stata necessaria l’effusione del sangue di Gesù sul Calvario. La nostra vocazione è più in su. Secondo l’espressione della Scrittura: “Sia che mangiate sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa”, e in questo siamo uguali agli altri uomini, dov’è che siamo differenti? Ecco le altre parole: “ Fate tutto nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (cfr. 1 Cor 10, 31). Che cosa vuol dire allora? Le nostre azioni devono essere diverse per il principio che le muove: la fede, per le energie che si adoperano: energie di grazia, per il cuore che vi mettiamo: devono essere fatte per amore di Dio, devono essere fatte in uno spirito grande di carità. Il cristiano sa di essere parte del Corpo Mistico e non si può isolare, così, in un suo cerchio individuale. È un respiro grande, dunque, di fede e di carità che dobbiamo mettere nella nostra vita. È un respiro di fede, riconoscendo così la regalità di Cristo nella nostra vita e, se la nostra vita gli appartiene, gliela dobbiamo dare come vuole lui, proprio nel senso che lui desidera, nel senso che lui vuole attuare.

Presentiamogli dunque anche oggi la nostra buona volontà di servirlo, di dare sempre uno spirito di fede alla nostra vita. Impegnarci così nelle nostre cose umane, ma con spirito di fede, ma nell’ambito dunque delle virtù teologali, per cui ogni nostra azione sia un credere in lui, sia motivo di sperare in lui, sia soprattutto motivo di amarlo di più.

MESSA ORE 8.30

La festa di oggi ci porta nello splendore del Mistero Pasquale, così come dice la Scrittura: “Ed il Padre lo risuscitò e lo pose come il Signore”. Ecco, oggi vogliamo capire bene questa parola alla quale non prestiamo, forse per abitudine, una sufficiente attenzione: Gesù è “il Signore”, cioè il Padre gli ha dato tutto nelle mani: “Chiedi a me”, lo aveva predetto Davide nel salmo 109, “ Chiedi a me ed io ti darò il dominio di tutto l’universo”. A lui è soggetto tutto. Gli uomini si agitano, si inquietano, si ribellano. Dice sempre il Salmo: “I popoli si alzano su contro il Cristo, ma la potenza delle tenebre è vana. Cristo è il Signore!” (cfr. Sal 2, 1-2). La Liturgia di oggi ce lo sottolinea con fortezza. Il profeta Daniele, in una splendida visione, osserva questo “figlio di uomo apparire sulle nubi del cielo” che ha “il potere, la gloria e il regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano” (cfr. Dn 7, 13-14).

Nella seconda Lettura l’apostolo Giovanni ci dice come è arrivato a questa gloria, è arrivato perché “ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, ha fatto di noi un regno di sacerdoti, per questo a lui la gloria e la potenza nei secoli” (Ap 1, 5-6).

Nella terza lettura Pilato chiedeva: “Che cosa hai fatto?” (Gv 18, 35). Che cosa aveva fatto Gesù? Che cosa stava compiendo? Il mistero del suo regno è il mistero del suo amore; il suo dominio è il dominio della sua carità infinita. Il suo dominino non è il dominio paragonabile a quello dei potenti della terra, il suo regno è regno universale di amore, di pace, di gioia. E allora il primo sentimento, che ci deve dominare oggi, è il sentimento profondo di adorazione: Cristo Signore nostro, in ginocchio noi lo adoriamo. Colui che si è fatto nostro fratello, colui che ha condiviso tutto il peso della nostra miseria, colui che sulla croce non sembrava neanche un uomo, tanto era sfigurato, è il Signore: adoriamolo, in un sentimento profondo di riconoscenza, è lui.

E questo sentimento di adorazione ci porti a un secondo sentimento, a un sentimento grande di sicurezza: la sicurezza che essere con lui è essere in un regno, che essere con lui è partecipare al suo trionfo! Il male non ci deve fare paura, ancora il male non ci deve fare invidia, il trionfo del male non deve scuotere la nostra anima, il trionfo apparente di coloro che professano dottrine contro Cristo non ci deve far smarrire. “Che cosa temete uomini di poca fede?” (cfr. Mt 8, 26) sarebbe il rimprovero che lui ancora ci rivolge. Noi cristiani siamo nella sicurezza perché abbiamo lui, siamo nella pace perché abbiamo lui, siamo in un profondo sentimento di gioia perché abbiamo lui. E non possiamo che sentire questa grande ricchezza di gaudio: siamo suoi, siamo suoi per il tempo, siamo suoi per l’eternità, non possiamo temere assolutamente nulla, dobbiamo solo aver paura di essere per nostra cattiva volontà distaccati da lui.

Ed è qui il nostro terzo sentimento, un sentimento di trepidazione: “Non permettere, Signore, che io mi possa separare da te!”. Porre tutta la nostra anima a disposizione del Cristo, porre la nostra anima, la nostra libertà, nelle sue mani: “Tu mi hai fatto libero, Signore, tu mi hai donato questo dono meraviglioso che è la libertà, ebbene, io lo consegno nelle tue mani, te la do, fa' tu di me quello che vuoi”. Questa è la preghiera di un grande santo, sant’Ignazio di Loyola, che facciamo nostra, che vogliamo fare nostra, perché dobbiamo temere solo l’uso cattivo della nostra libertà. Donare al Signore la nostra vita, voler seguirlo sempre e non volere avere un’altra strada, perché si giunge alla gloria della risurrezione attraverso l’umiliazione del Calvario.

CODICE 73MQO0133ZN
LUOGO E DATA Sant'Ilario d'Enza, 25/11/1973
OCCASIONE Omelia, Domenica XXXIV Tempo Ordinario Solennità di Cristo Re - Anno B Messa ore 6, 30 e 8, 30
DESTINATARIO Comunità parrocchiale
ORIGINE La regalità di Cristo nella nostra vita
ARGOMENTI La regalità di Cristo nella nostra vita
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