17/11/1974 - Omelia XXXIII Domenica Ord ore 6.30 e 8.15

Sant’Ilario d’Enza, 17/11/1974
Omelia, XXXIII Domenica Tempo Ordinario - Anno C - Messa ore 6,30 e 8,30

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Ml 3, 19-20 (ebr.); 2 Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19

MESSA ORE 6, 30

Il richiamo insistente al giudizio di Dio è il tema di queste ultime domeniche, che chiudono l’anno liturgico. Dico: è un richiamo insistente, perché è sapienza pensare a quel giudizio che sarà definitivo per noi, a quel giudizio che stabilirà la nostra sorte per l’eternità e stabilirà la sorte del mondo intero. È sapienza. Solo chi è superficiale non vuol pensare, solo chi vuol fuggire dalle responsabilità cerca di dimenticare. No, sta lì l’autentico valore della nostra vita: fare per Iddio perché Iddio sarà il nostro giudice, fare per Iddio perché spetta a Dio dare all’uomo il premio o il castigo. Le altre cose, in fondo, sono secondarie, quelle che noi mettiamo alle volte in primo ordine, quelle per le quali noi soffriamo o gioiamo., in realtà ci accorgiamo che molte di queste cose valgono poco o non valgono niente.

Ritorna la Parola della Scrittura: “Vanità delle vanità”. Quanta agitazione, quanta preoccupazione, quanta angoscia inutile! Diamo un eccessivo valore e le cose passano e le opere buone sono poche e le opere buone, quelle poche che possiamo contare, sono così inquinate da altre cose, da sentimenti troppo umani o troppo egoistici.

Pulire la nostra vita, renderla lineare, cercare ciò che ha un valore eterno, ecco ciò che ci dice la Liturgia. Gli ebrei erano ben orgogliosi del loro tempio ed era il tempio di Dio. E Gesù sottolinea: “Verranno giorni, in cui di tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra, che non venga distrutta”. Ecco, è così anche di molte nostre vite, di molte nostre costruzioni. E’ così anche di tante cose che sembrerebbero in un ordine giusto, invece non resterà pietra su pietra. Resta solo quello che noi facciamo per il bene. E torna allora l’esortazione che meditavamo anche domenica scorsa: fare molto bene, finché abbiamo tempo. Fare molto bene, farlo così nella persuasione che la vita vale per il bene che si fa, che la vita vale per l’amore di Dio che noi immettiamo nella vita, che la vita vale per quello che noi traduciamo nell’amore del prossimo, di quest’amore di Dio che è nel nostro cuore.

E comprendiamo allora ancora di più alla luce dell’eternità la parola del comandamento: tu amerai Dio, tu amerai il tuo prossimo. L’impegno nostro allora a moltiplicare ciò che è bene, a lasciare andare ciò che è inutile. Il nostro dovere non è forse, fatto bene, la sostanza della nostra santità? Un cristiano diventa santo non dicendo delle belle parole, non imitando quelli del mondo. Un santo è colui che fa la volontà di Dio, ecco, la volontà di Dio che si esprime nel nostro dovere d’ogni giorno, in quel dovere di bontà e d’impegno, di generosità e di amore che è la nostra parte, che è la sostanza della nostra chiamata.

Perciò, rinnoviamoci in quella visione serena che non è la paura, è semplicemente il senso di responsabilità. “Abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno”, diceva San Paolo nel brano della seconda Lettura, ecco anche noi: lavorare con fatica ma per Iddio, con sforzo ma per Iddio, notte e giorno, se si richiede, ma per Iddio! Tutto per Iddio! E’ così che si entra veramente nella grande serenità, è così che si conserva, è così che si porta frutto.

MESSA ORE 8, 30

È una riflessione sulla storia. La storia non avviene a caso, la storia è fatta da un incontro, dall’incontro della volontà di Dio con la volontà dell’uomo. C’è la storia d’ogni anima, c’è la storia della società umana.

Nel Vangelo che abbiamo letto Gesù, nella prospettiva della distruzione, della fine di Gerusalemme, pone l’accento sulla fine della storia umana, una storia che terminerà così in una catastrofe, la catastrofe delle cose perché vi deve essere un cielo nuovo e una terra nuova, perché gli uomini non corrispondono al piano di Dio e costruiscono errore sopra errore. E si dilettano delle loro opere e si dilettano della loro civiltà, si dilettano della loro tecnica come fosse il fine della storia e non un mezzo, come fosse la cosa da raggiungere, non la strada per far arrivare a tutti la pace e il benessere. Ecco perché il Signore, parlando del tempio di Gerusalemme, dice: “Non resterà pietra su pietra che non venga distrutta”. In fondo è anche così della povera nostra civiltà che evidentemente, se non è messa in Dio, si auto-distrugge, trova la rovina in se stessa. Ci vuole un’anima. È giusto costruire il mondo e non stare oziosi con il pretesto che viene il Signore, come dice San Paolo nella seconda Lettura, ma bisogna dare a questo mondo un’anima, ma bisogna dare a questo mondo un significato, ma bisogna dare a questo mondo un respiro, che vada oltre a quella che è l’atmosfera di ogni giorno, quella che è la tecnica delle cose e della società.

La nostra invocazione è perciò proprio in questo senso: che gli uomini capiscano che il loro lavoro è inutile se non danno una finalità trascendente al loro lavoro, che lavorare per lavorare, costruire per costruire, semplicemente alla ricerca di qualche cosa che è un benessere effimero, è sbagliato. Bisogna dare alla propria vita il senso stesso che ha voluto Dio.

Nella prima Lettura il profeta Malachia parlava di un giorno del Signore, rovente come un forno. Erano i tempi difficili anche allora, nei quali gli ebrei tentavano la ricostruzione del tempio dopo la prigionia di Babilonia. Il profeta Malachia dice: “Quel giorno del Signore, che è il giorno della giustizia, rovente” perché, dirà poi l’apostolo San Giacomo: “quando viene il fuoco del Signore si capisce chi è oro e argento e chi è paglia”, cioè la prova, la lotta, l’impegno della testimonianza. Ecco, il cristiano è chiamato a costruire il mondo. Ognuno di noi, cioè, deve fare bene il proprio dovere come figlio di Dio, guardando a quello che il Signore ha detto, guardando a quanto lui stesso ha promesso: “Io verrò. Vegliate e state pronti”. Il figlio di Dio costruisce il mondo, cioè s’impegna e s’impegna responsabilmente e impiega tutte le sue forze, però nella visione del regno di Dio, nella visione delle cose di Dio, delle promesse di Dio.

Praticamente ognuno di noi che cosa deve trarre di insegnamento per la propria anima? Molte cose, che ci illudiamo abbiano un certo valore, forse davanti a Dio non l’hanno. Molte nostre parole, molti nostri atteggiamenti saranno validi quando verrà il giorno del Signore? Per ogni anima la fine del mondo viene il giorno della propria morte. Quando compariremo davanti a Dio, o meglio, secondo l’espressione di Gesù, “quando verrà il Figlio dell’uomo a prenderci”, quali saranno le azioni che sono veramente costruttive, che sono veramente valide, quali saranno?

Ecco il nostro esame di coscienza sereno ma impegnato, così come dicevamo domenica. E’ necessario che noi ci interroghiamo e l’insistenza di questa Liturgia di fine anno liturgico è proprio tutta in questo senso: interroghiamoci. Interroghiamoci, perché è secondo l’umiltà interrogarsi, perché è secondo la lealtà interrogarsi, perché è secondo la giustizia interrogarsi, perché molti dicono: ho fatto il bene, ma è poi bene? è bene una cosa fatta per orgoglio? Anche se agli altri appare come un’opera buona? È poi valida una cosa fatta per compiacere la propria vanità? È poi valida una cosa fatta, sotto sotto, per proprio interesse? È l’interrogativo che ognuno di noi deve dare a stesso; è l’interrogativo che anche la nostra stessa comunità e società deve fare. Fare le cose per Iddio, dicevamo anche domenica, per il regno di Dio. Ecco, è qui dove le pietre si costruiscono, è qua dove le pietre, messe l’una sull’altra, fanno la costruzione del regno, che non verrà distrutta. Ecco, è qui dove ognuno di noi pone davanti a Cristo Signore la propria anima.

CODICE 74MGO0133WN
LUOGO E DATA Sant’Ilario d’Enza, 17/11/1974
OCCASIONE Omelia, XXXIII Domenica Tempo Ordinario - Anno C - Messa ore 6,30 e 8,30
DESTINATARIO Comunità parrocchiale
ORIGINE Registrazione
ARGOMENTI Resta ciò che è fatto nell’amore
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